Corano

 

Descrizione

Il Corano (arabo: القرآن, al-Qur’ān; letteralmente: "la lettura" o "la recitazione salmodiata") è il testo sacro della religione dell'Islam. Per i musulmani il Corano, così come lo si legge oggi, rappresenta il messaggio rivelato quattordici secoli fa da Dio (Allāh) a Maometto (in arabo Muhammad) per un tramite angelico, e destinato ad ogni uomo sulla terra.

 

Struttura

Il Corano è diviso in 114 capitoli, detti sūre, a loro volta divise in 6236 versetti (sing. āya, pl. āyyāt), 77.250 parole e 3.474.000 consonanti. Questo numero però varia per la redazione messa a punto in alcuni ambienti sciiti che vi comprendono infatti alcuni versetti riguardanti l'episodio del Ghadir Khumm e due intere sure, chiamate "sura delle due luci" (sūrat al-nūrayn ) e "sura della luogotenenza" (sūrat al-wilāya ). Ogni sura, ad eccezione della nona, comincia con: "Nel nome di Dio, il clemente, il misericordioso", un versetto che è conteggiato solo nella prima sura.

 

Divisioni: Hizb o Manzil

Il Corano viene artificiosamente diviso in 30 parti (juzʾ), mentre col termine ḥizb (letteralmente "parte") o manzil (letteralmente "casa") viene indicata da più di un secolo ogni sessantesima parte del Corano, marcata da un simbolo tipografico speciale, collocato al margine della copia a stampa.
Tale divisione è legata alla pia pratica di recitare il testo coranico (un intero juzʾ, eventualmente ripartito in due ḥizb, da recitare in momenti diversi della giornata, nel corso di tutto il mese lunare di Ramadan (di 30 giorni) in cui si crede che la Rivelazione sia stata fatta "discendere" da Dio al profeta Muhammad. Tuttavia la ripartizione più anticamente attestata è quella di recitare il Corano per sjuzʾ, anziché per ḥizb / manzil).

Gli ḥizb o manzil risultano essere (ad esclusione della Sura al-fātiḥa, ovvero "sura aprente" che apre l'elenco delle 114 sure), in funzione della diversa lunghezza delle sure:

- Manzil 1 = 3 Sure, cioè 2—4;

- Manzil 2 = 5 Sure, cioè 5—9;

- Manzil 3 = 7 Sure, cioè 10—16;

- Manzil 4 = 9 Sure, cioè 17—25;

- Manzil 5 = 11 Sure, cioè 26—36;

- Manzil 6 = 13 Sure, cioè 37—49;

- Manzil 7 = 65 Sure, cioè 50—114.

 

Sure meccane e medinesi

Le sure sono divise in meccane e medinesi, a seconda del periodo in cui furono rivelate. Le prime sono state rivelate prima dell'emigrazione (Egira) di Maometto da Mecca a Medina, le seconde sono invece quelle successive all'emigrazione. Questa divisione non identifica peraltro il luogo della rivelazione, ma il periodo storico. In generale le sure meccane sono più brevi e di contenuto più intenso e immediato da un punto di vista emotivo (si racconta di conversioni improvvise al solo sentire la loro predicazione); le sure medinesi risalgono invece al periodo in cui il profeta Maometto era a capo della neonata comunità islamica e sono caratterizzate da norme religiose e istruzioni attinenti alla vita della comunità.

 

Ordine delle sure

Le sure (aperte tutte, salvo la sura IX, dalla basmala) cioè dalla formula "Nel nome di Allāh, il Clemente, il Misericordioso" (arabo: بسم الله الرحمن الرحيم ‎), non sono disposte in ordine cronologico ma secondo la lunghezza (cosa che rende complicatissima un'accettabile comprensione del Testo Sacro islamico attraverso una sua lettura superficiale), anche se per i musulmani esse sono state disposte nell'ordine in cui furono insegnate al profeta Maometto dall'angelo Gabriele e quindi come il profeta le avrebbe successivamente recitate ai fedeli durante il mese di ramadan. L'ordine non riflette comunque la loro importanza in quanto per i fedeli dell'Islam esse sono tutte egualmente importanti.

Analizzando l'ordine delle sure da un punto di vista storico-sociologico, si può cercare l'influenza del periodo storico e del contesto in cui furono trascritte. Conducendo un'analisi laica, si può ipotizzare che il Corano fu così confezionato perché il contesto sociale imponeva che si fosse più attenti al lato politico del carisma del profeta, cioè come si era espresso a Medina, in un tempo cronologico più vicino a chi ne aveva assunto l’eredità religiosa e politica. Secondo questa ipotesi, questa struttura corrisponde ad un disegno preciso, coerente con le esigenze di un potere che aveva bisogno di dare uno stabile fondamento di autorità ai nuovi ordinamenti sociali e politici.

 

Letture del Corano

Malgrado ogni sforzo di fissare per iscritto senza alcun errore il testo delle rivelazioni, non poté essere tuttavia conservato al di là d'ogni dubbio il ritmo delle frasi. Ciò era dovuto al fatto che la lingua araba non conosceva i segni d'interpunzione e ogni proposizione acquistava una sua autonomia solo tramite le congiunzioni "wa" e "fa" (quest'ultima marcante il cambiamento di soggetto rispetto alla proposizione precedente).

La buona fede dei musulmani può essere attestata dal fatto che, consci che l'esistenza o meno di una pausa può mutare il significato della frase (valga l'esempio del noto adagio latino: Ibis redibis non morieris in bello), gli incaricati di redigere il testo non imposero, per mancanza di unanimità di consensi, una lettura che prevalesse rispetto alle altre concorrenti.

Tale diversità di "letture" ( qirāʾāt ) è ancora una delle caratteristiche delle copie stampate del Corano, che privilegerà questa o quella delle "letture". L'edizione commissionata in Egitto da re Fuʾād I e realizzata nel 1924, decise che per quella che viene chiamata "edizione fu'adina" si usasse quella di Ḥafṣ b. Sulaymān b. al-Mughīra al-Asadī, avuta da ʿĀṣim b. Abī al-Najūd di Kufa.

 

Ibn Mujāhid ha documentato sette diverse letture, a cui Ibn al-Jazrī ne aggiunse altre tre. Esse sono:

  1. Ibn ʿĀmir di Damasco (m. 736), trasmessa da Hishām e Ibn Zakwān;

  2. Ibn Kathīr di Mecca (m. 737), trasmessa da al-Bazzī e Qunbul;

  3. ʿĀṣim di Kufa (m. 745), trasmessa da Shuʿba e Ḥafṣ;

  4. Abū Jaʿfar al-Makhzūmī di Medina (m. 747), trasmessa da Ibn Wardān e Ibn Jammāz;

  5. Abū ʿAmr b. al-ʿAlāʾ di Bassora (m. 770), trasmessa da al-Dūrī e al-Sūsī;

  6. Ḥamza di Kufa (m. 772), trasmessa da Khalaf e Khallād;

  7. Nāfiʿ di Medina (m. 785), trasmessa da Warsh e Qalūn;

  8. al-Kisāʾī di Kufa (m. 804), trasmessa da Abū l-Ḥārith e al-Dūrī;

  9. Yaʿqūb al-Ḥaḍramī (m. 820), trasmessa da Ruways e Rawḥ;

  10. Khalaf di Kufa (m. 843), trasmessa da Isḥāq e Idrīs.

 

Oltre ad esse ne furono accolte ancora altre quattro:

  1. al-Ḥasan al-Baṣrī di Bassora (m. 728);

  2. Ibn Muḥaysin di Mecca (m. 740);

  3. al-Aʿmāsh di Kufa (m. 765);

  4. al-Yazīdī di Bassora/Baghdad (m. 817).

 

L'analfabetismo di Maometto

Si è sostenuto e si sostiene in ambito non-islamico che Maometto non sarebbe stato il reale autore del Corano, se non altro in virtù di un suo presunto analfabetismo, ma in merito il dibattito rimane tuttora aperto.

In ambito storiografico, alcuni autori affermano che il libro sia frutto della giustapposizione di testi scritti da diverse persone entro un breve lasso di tempo, corrispondente all'incirca all'epoca dei califfi ortodossi, basandosi sugli insegnamenti di Maometto e su convinzioni diffuse nella comunità islamica delle origini.

In area cristiana, soprattutto in tempi più remoti, la tesi dell'analfabetismo di Maometto sarebbe stata sostenuta con l'obiettivo di screditare la figura del fondatore dell'Islam, mentre molti studiosi e religiosi musulmani si fecero e si fanno portatori di tale tesi al fine di giustificare l'attribuzione del testo ad Allah, citando a riprova anche la scarsa sensibilità poetica di Maometto , da questi più volte affermata in vita.

Tale tesi islamica si basa sulla definizione coranica di Maometto come al-nabī al-ummī: l'aggettivo ummī può infatti voler dire "analfabeta, illetterato", ma, come notano esegeti moderni, anche "nazionale", "attinente al gruppo d'appartenenza" e dunque, nell'interpretazione moderna, anche "profeta degli arabi".

Per alcuni "analfabetismo" va inteso nel senso di "impossibilità o grande difficoltà di scrivere frasi", vista l'inesistenza di fatto di uno standard scrittorio della lingua araba (la lingua parlata era invece elaborata, come mostrano i componimenti poetici ed epici d'età Jāhiliyya, pre-islamica), e non nel senso di "ignoranza della scrittura": una seppur non rifinita forma di scrittura dell'arabo esisteva e, entro questo limite, si può sostenere che Maometto sapesse scrivere, come dimostrerebbe il fatto che sarebbe stato in grado di leggere e firmare il Trattato di Ḥudaybiyya, che portò nel 628 a una tregua fra musulmani e pagani di Mecca. Tuttavia Bal'ami, traduttore in farsi dell'opera annalistica di Muḥammad Ibn Ǧarīr al-Ṭabarī, sottolinea un'alfabetizzazione sommaria di Maometto e afferma che il detto Trattato sarebbe stato messo per iscritto da ʿAlī, che fungeva da segretario, e che, quando questi si rifiutò di accondiscendere alle richieste dei Coreisciti di cancellare l'epiteto di "apostolo di Dio" (Rasūl Allāh), "Il Profeta gli avrebbe tolto allora il càlamo dalle mani e gli avrebbe domandato: 'Dove sono le parole «Apostolo di Dio»? Fammi vedere'. Le cancellò di suo pugno e disse: 'Scrivi «Muhammad figlio di ʿAbd Allāh» e redigi il trattato come te l'ho dettato'".

Con riferimento a quest'ultimo aneddoto, da altra fonte si afferma che Tabari avrebbe in realtà scritto: «... "Io sono il messaggero di Dio e sono Muhammad ibn ʿAbd Allāh". - E disse ad ʿAlī: "Cancella messaggero di Dio". "No - rispose (ʿAlī) - per Dio, giammai ti cancellerò!". Allora l'Inviato di Dio prese il documento - egli non scriveva bene - e scrisse Muhammad al posto di Messaggero di Dio. Poi scrisse: "Questo è ciò su cui concorda Muhammad: egli non entrerà a Mecca con le armi (in pugno)..."».

Secondo fonti islamiche antiche, smentite dalle recenti ricerche storiografiche, Maometto avrebbe redatto lettere per i potenti della Terra (Negus etiopico, basileus bizantino e Scià persiano-sasanide): gli storici notano che è largamente improbabile che le lettere di Maometto, caratterizzate da un contenuto intimidatorio (in esse si minaccia la guerra in caso di mancata conversione dei destinatari), siano state lette ai sovrani destinatari, vista l'elaboratezza dei cerimoniali di corte, specie di quelli persiani, che avrebbero impedito che missive di simile contenuto raggiungessero i sovrani e, pertanto, ne affermano l'inesistenza.

Inoltre Maometto si sarebbe impegnato a scrivere un non meglio identificato "importante documento" da lasciare ai musulmani al momento della sua morte, secondo una tradizione che risale allo studioso Ibn ʿAbbās, cugino dello stesso Profeta.

Non manca chi sottolinea come sarebbe contraddittorio che proprio Maometto non fosse in grado di far fronte a quanto previsto dai versetti 13-14 della sura XVII del Corano, in cui si afferma «E abbiamo attaccato al collo di ogni uomo il suo destino e il dì della Risurrezione gli mostreremo un rotolo che troverà dispiegato a sé davanti. / "Leggi il tuo rotolo! Basterai tu stesso, oggi, a computare contro di te le tue azioni!"» (trad. di A. Bausani, Il Corano, Firenze, Sansoni, 1961, p. 202).

 

Analisi critica del testo

Sebbene già nel 1542 Martin Lutero, con una mossa che fece discutere, autorizzasse una nuova traduzione del Corano in lingua latina (effettuata da Bibliander) con lo scopo di mostrarne la presunta "inferiorità" rispetto alla Bibbia, soltanto a partire dalla metà del XIX secolo il Libro ha cominciato a essere passato al vaglio dell'analisi storiografica e filologica moderna, che cercano di verificarne l'attendibilità storica. Nonostante questo, al giorno d'oggi ancora non esiste una vera e propria "edizione critica" compilata con criteri moderni e scientifici.

 

La conservazione del testo nel corso dei secoli

Secondo i musulmani il testo della rivelazione coranica è immutabile nel corso dei secoli; conseguentemente esso viene tramandato dai musulmani parola per parola, lettera per lettera. Non sono stati pochi i musulmani di ogni sesso che in tutto il mondo e in tutti gli ultimi quattordici secoli hanno imparato a memoria le centinaia di pagine in lingua araba che costituiscono il Testo Sacro. Questo processo è noto con il nome di ḥifẓ, che significa difesa, conservazione. Memorizzare il testo del Corano sarebbe un modo per garantirne la preservazione nella sua forma autentica nel corso dei secoli.

Sebbene il Corano sia stato tradotto in quasi tutte le lingue, i musulmani utilizzano tali traduzioni solo come strumenti ausiliari per lo studio e la comprensione dell'originale in arabo; la recitazione liturgica da parte del fedele musulmano deve avvenire sempre e comunque in arabo, essendo il Corano "Parola di Dio" (kalimat Allāh) e, pertanto, non facilmente "interpretabile". L'Islam professa infatti che è in questa lingua che la rivelazione divina è stata trasmessa al profeta Maometto tramite l'arcangelo Gabriele. Per l'Islam la Parola di Dio è il Corano, mentre il profeta Maometto rappresenta il semplice strumento attraverso cui sarebbe avvenuta la rivelazione del Corano all'umanità.

Secondo la tradizione, nel corso del periodo che va approssimativamente dal 610 al 632 (anno della morte del profeta) il Corano sarebbe stato rivelato a Maometto, dapprima per sure intere e brevi e quindi per brani, in considerazione della lunghezza talvolta notevole delle sure.

Il profeta stesso provvedeva a indicare dove un certo brano dovesse essere disposto, con ciò costringendo a un notevole sforzo mnemonico i suoi sempre più numerosi fedeli che intendevano imparare a memoria la Parola di Dio, .

Numerosi sono gli episodi riguardanti la prima provvisoria sistemazione del materiale rivelato, con richieste frequenti d'interpretazioni di passaggi ritenuti oscuri dai fedeli e anche con qualche episodio che generò turbamento in alcuni musulmani. Ci riferiamo in particolare al segretario, nel senso di "scrivano" (kātib), ʿAbd Allāh b. Saʿd b. Abī Sarḥ, che trascrisse male una rivelazione, accorgendosi poi che il profeta non s'era accorto dell'accaduto. Il sospetto che Maometto fosse un impostore si affacciò evidentemente con forza alla mente dello scriba che, abiurando, fuggì alla volta della Siria, onde evitare la punizione capitale prevista per il grave peccato di apostasia (ridda). Pentito, tornerà dal profeta più tardi per essere perdonato e a lui sarà più tardi riservata all'epoca del califfato dell'omayyade Muʿāwiya ibn Abī Sufyān una lusinghiera carriera militare e amministrativa.

La precarietà da un lato del ductus consonantico (rasm) della lingua araba scritta e dall'altro del materiale stesso fino ad allora usato per vergare in modo approssimativo i brani della rivelazione coranica, nonché la morte nella battaglia di ʿAqrabāʾ (12 maggio 633/rabīʿ I 12) in Yamama, nel quadro della guerra della cosiddetta "Ridda", di un numero particolarmente elevato di fedeli musulmani (qurrāʾ) che avevano memorizzato per intero il Testo Sacro, indusse già il primo califfo Abū Bakr a incaricare della trasposizione per iscritto del Corano un gruppo di persone coordinato dal principale scrivano del profeta, Zayd ibn Thābit.

Il lavoro di raccolta e collazione del materiale coranico conobbe evidentemente un rallentamento a causa della morte nel 634 di Abū Bakr e dell'avvio sotto il secondo califfo 'Umar della convulsa fase delle conquiste arabo-islamiche in Siria-Palestina, Egitto, Mesopotamia e Iran occidentale.

Sarebbe stato così il terzo califfo 'Uthmān ad avere il merito della sistematizzazione definitiva della redazione scritta dell'intero testo coranico (muṣḥaf).

Ancora una volta a coordinare lo sforzo fu Zayd ibn Thābit e il principio fu quello di accettare solo quelle tradizioni che, separatamente testimoniate da due musulmani che le avevano raccolte di persona, fossero in tutto e per tutto combacianti alla lettera. Una sola eccezione fu fatta per Khuzayma ibn Thābit (m. 657), la cui eccezionale memoria e affidabilità gli aveva procurato da parte di Maometto il soprannome onorifico di Dhū l-shahādatayn (quello delle due testimonianze), per il quale fu accettato il principio della validità della sua unica certificazione.

A redazione ultimata il califfo dette disposizione affinché le copie divergenti da quella per suo incarico raccolta fossero distrutte. È noto che uno dei primi musulmani, Ibn Masʿūd, proprietario di una copia da lui stesso vergata e alquanto difforme da quella di ʿUthmān, si rifiutò d'ubbidire e venne per questo malmenato dalle guardie del califfo che, però, pare agissero più di loro iniziativa che per sua specifica autorizzazione. La cosa, comunque, scandalizzò parecchi vecchi musulmani e concorse a rovinare in parte la reputazione e la popolarità di ʿuthmān.

 

Evoluzione del testo coranico

A lato di tale presupposto teologico di assoluta fissità del testo, alcuni studiosi orientalisti hanno fatto però notare che il Corano è stato oggetto di una certa evoluzione: la versione attuale sarebbe il frutto di numerose redazioni compiute fino a due secoli dopo la morte di Maometto, e gran parte del contenuto del libro sarebbe già esistito prima della sua nascita. In particolare sono riportati aneddoti leggendari sull'infanzia di Gesù che trovano palese ispirazione nei vangeli apocrifi.

Nel 1972, durante i lavori di restauro della Grande Moschea di Ṣanʿāʾ, capitale dello Yemen, alcuni operai scoprirono per caso un’intercapedine tra il soffitto interno e quello esterno dell’edificio. Si trattava di una “tomba delle carte”, cioè una “sepoltura” di vecchi testi religiosi ormai in disuso e che per il loro carattere sacro non è permesso distruggere: una pratica in uso anche nel mondo ebraico, come dimostrato dai documenti della "Gheniza dei Palestinesi" di Fustat studiati da Shlomo Dov Goitein. A Ṣanʿāʾ ci si imbatté in una quantità considerevole di antiche pergamene e documenti più o meno rovinati dal tempo, umidità, topi e insetti.

Nel 1979, su richiesta di Qāḍī Ismāʿīl al-Akwāʾ, allora Presidente dell’Autorità per le Antichità Yemenite, uno studioso tedesco, Gerd-Rüdiger Puin, della Universität des Saarlandes, cominciò a lavorare sul materiale ritrovato. Scoprì che alcune pergamene, risalenti al 680 circa, risultavano essere frammenti del più antico Corano esistente. Da analisi più approfondite cominciarono a emergere alcuni elementi interessanti: oltre che scarti dalla versione standard del Corano ("In ogni pagina le differenze con la vulgata coranica sono una decina", sostiene Puin) e un ordine dei versetti non convenzionale, si può notare con chiarezza la presenza di nuove versioni, riscritte sopra quelle precedenti.

Il Corano con cui Puin ha a che fare appare insomma sempre più un testo in evoluzione. Il lavoro di restauro sui manoscritti ha portato alla sistemazione di oltre 15.000 fogli presso la Dār al-makhṭūṭāt (Casa dei Manoscritti) dello Yemen: lo studioso, coadiuvato dal suo collega H. C. Graf von Bothmer, si limitò però a catalogare e classificare i frammenti, pubblicando solo qualche breve osservazione critico-contenutistica sul valore della scoperta, per timore che le autorità yemenite vietassero ogni ulteriore accesso. Ad altri studiosi, in effetti, non sono stati rilasciati i permessi necessari per visionare i manoscritti.

Tale scoperta, se da un lato invalida il concetto di immutabilità del Corano, postulato dai musulmani dopo i contributi di Aḥmad b. Ḥanbal nel IX secolo e imposto come dogma solo dopo l'avvio del califfato di al-Mutawakkil (847-861), dall'altro lato ha contribuito però a mettere alquanto in crisi anche l'ipotesi avanzata a fine anni settanta del XX secolo dallo studioso britannico John Wansbrough. Questi fu il capofila di una serie di studiosi per i quali il testo coranico e, di fatto, gli assetti giuridico-religiosi dell'Islam in genere, sarebbero stati concepiti e portati a realizzazione in una fase assai più avanzata rispetto al VII secolo e, più esattamente, non prima del II secolo del calendario islamico, equivalente all'VIII/IX secolo della nostra era.

L'ipotesi si basava sull'oggettiva tarda comparsa della produzione scritta, attestata solo a partire dal II secolo islamico, al quale risale il primo manoscritto, pervenutoci in uno standard compiuto della lingua araba, fino a quel momento rimasta a uno stadio di rudimentalità, pur in presenza di una estrema raffinatezza della lingua parlata, specialmente poetica. Ciò era stato causato dal protratto permanere di irrisolte storture morfologiche della scrittura che, tra l'altro, non era stata a lungo in grado di distinguere fra loro interi gruppi di grafemi, fin quando infine si poté ovviare (probabilmente grazie al contributo di convertiti provenienti dalla cultura siriaca, ebraica e persiana mazdea), col ricorso a una distinta puntuazione delle consonanti, tale da consentire infine un percorso intellettivo senza incertezze da parte del lettore.

 

Traduzioni del Corano

Malgrado i musulmani considerino che qualsiasi traduzione dal testo arabo del Corano non possa evitare d'introdurre (in quanto traduzione) elementi di ambiguità se non di vero e proprio travisamento semantico, e siano pertanto tendenzialmente sfavorevoli a qualsiasi versione del loro testo sacro in idioma diverso da quello originale, l'estrema esiguità dei musulmani arabofoni (all'incirca il 10% dell'intera popolazione islamica mondiale) ha condotto ad approntare traduzioni nelle più diverse lingue del mondo anche islamico: dal persiano al turco, dall'urdu all'indonesiano, dall'hindi al berbero.

La prima traduzione completa del Corano fu completata nell'884 ad Alwar (Sind, oggi Pakistan) per disposizione di 'Abd Allah b. 'Umar b. 'Abd al-'Aziz, su richiesta del Raja hindu Mehruk. Non si sa tuttavia se detta traduzione fosse in hindi, sanscrito o nel locale linguaggio del Sind, dal momento che l'opera non ci è pervenuta.

Famosa è invece la traduzione in lingua latina commissionata da Pietro il Venerabile, abate di Cluny, a Roberto di Ketton (o Robertus Ratenensis) e a Ermanno Dalmata, cui partecipò anche l'ebreo convertito al Cristianesimo Petrus Alfonsi. Il lavoro fu completato nel 1143 ed ebbe duratura fortuna perché su di esso fu costruita la traduzione approntata da Bibliander e pubblicata a Basilea nel 1543.

Quattrocento anni dopo la traduzione cluniacense, giunse nel 1537-38 il lavoro stampato a Venezia (presso la stamperia Ad signum putei) da Paganino de Paganini da Brescia. Quest'ultima impresa traduttoria è di particolare interesse per le sue complesse vicende conosciute. Non sappiamo se essa fosse stata commissionata dagli Ottomani o se (ancora una volta) il Corano dovesse servire ai sacerdoti nella loro opera missionaria o per la confutazione comunque del libro sacro dell'Islam ma la traduzione latina fu trovata talmente zeppa di errori e di grossolani travisamenti, da essere (pare) ritirata e fatta bruciare per disposizione di Papa Paolo III. Più tardo, ma a lungo rimasto un classico ancor oggi fruibile, è il lavoro di Ludovico Marracci, che dette alle stampe la sua traduzione a Padova solo nel 1698, dopo quarant'anni di studio solerte e approfondito del Corano e di molte fonti arabe.

Per quanto riguarda la lingua italiana, il Corano fu per la prima volta proposto in volgare toscano nel 1547 a Venezia dal fiorentino Andrea Arrivabene, anche se l'opera fu preceduta da quella allestita da un tal Marco, canonico della Cattedrale di Toledo, che la curò tra il 1210 e il 1213. Un suo lacerto è stato recentemente scoperto, studiato ed edito da Luciano Formisano, dell'Università di Bologna, che l'ha rinvenuto all'interno del fiorentino codice Riccardiano 1910: autografo di Piero di Giovanni Vaglienti (Firenze, 1438- post 15-7-1514).

Al XX secolo vanno invece riferite le versioni di studiosi di vaglia quali Luigi Bonelli, Martino Mario Moreno, Alessandro Bausani e, da ultimo, Ida Zilio Grandi, che si è avvalsa della competenza di Alberto Ventura (un allievo di Bausani). La traduzione di Bausani, considerato tra i massimi islamisti italiani, è tuttora quella più diffusa tra gli studiosi non musulmani, malgrado la prima edizione risalga al 1955, oltre mezzo secolo prima cioè di quella, senz'altro soddisfacente, edita dalla Mondadori.

Se ne contano numerose altre, di diversa qualità scientifica, spesso tradotte da musulmani che sono stati mossi all'impresa dalla loro convinzione che le traduzioni scientifiche anzidette fossero comunque tendenzialmente fuorvianti, proprio perché curate da orientalisti non musulmani, senza peraltro poter sfuggire anch'essi alle critiche di fondo di chi sostiene l'inevitabilità dell'adagio "traduttore traditore".

In particolare la traduzione di Hamza Roberto Piccardo, editore italiano convertito all’Islam, è di gran lunga la più diffusa nelle moschee e nei centri islamici italiani, essendo promossa e revisionata dall’UCOII. Secondo il giornalista (ora politico) arabo Magdi Allam, convertitosi al Cattolicesimo dal natio Islam, la versione di Piccardo sarebbe caratterizzata da "terrificanti commenti anticristiani, antiebraici, antioccidentali e lesivi della piena dignità della donna e, più in generale, dei diritti fondamentali della persona e questo non farebbe che istigare all'odio e alla violenza i musulmani italiani, sfavorendo la pacifica convivenza tra persone di fedi diverse.

Un esempio delle differenze tra le due correnti di pensiero (occidentale e orientale) nelle traduzioni è contenuto nel successivo paragrafo.

 

Versetti riferiti a Cristianesimo e Giudaismo

- «In verità coloro che credono, siano essi Giudei, Cristiani o Sabei, tutti coloro che credono in Allah e nell'Ultimo Giorno e compiono il bene riceveranno il compenso presso il loro Signore. Non avranno nulla da temere e non saranno afflitti.» (Corano, Sura 2, vv. 62);

- «Chi vuole una religione diversa dall'Islam, il suo culto non sarà accettato, e nell'altra vita sarà tra i perdenti.» (Corano, Sura 3, vv. 85);

- «Coloro che credono, i Giudei, i Sabei o i Nazareni e chiunque creda in Allah e nell'Ultimo Giorno e compia il bene, non avranno niente da temere e non saranno afflitti.» (Corano, Sura 5, vv. 69);

- «Sono certamente miscredenti quelli che dicono: «Allah è il Messia, figlio di Maria!». Mentre il Messia disse: «O Figli di Israele, adorate Allah, mio Signore e vostro Signore». Quanto a chi attribuisce consimili ad Allah, Allah gli preclude il Paradiso, il suo rifugio sarà il Fuoco. Gli ingiusti non avranno chi li soccorra!» (Corano, Sura 5, vv. 72);

- «Abbiamo ucciso Gesù il Messia, figlio di Maria, il messaggero di Dio.” Essi non lo uccisero, non lo crocifissero, ma così parve loro...» (Corano, Sura 4, vv. 157, traduzione di Roberto Hamza Piccardo, 1994);

- «In verità vi reco un segno da parte del vostro Signore. Plasmo per voi un simulacro di uccello nella creta e poi vi soffio sopra e con il permesso di Dio diventa un uccello. E prendo la morte per la vita con il permesso di Dio. E vi dico quel che mangiate e quel che accumulate nelle vostre case...» (Corano, Sura 3, vv. 49, traduzione di Roberto Hamza Piccardo, 1994);

- «In verità, per Dio Gesù è simile ad Adamo. Egli lo creò dalla polvere, poi disse: “Sii!” ed egli fu.» (Corano, Sura 3, vv. 59, traduzione di Roberto Hamza Piccardo, 1994);

- «Guidaci per la retta via, la via di coloro sui quali hai effuso la Tua grazia, la via di coloro coi quali non sei adirato, la via di quelli che non vagolano nell'errore!» (Corano, Sura 1, vv. 6-7, traduzione di Alessandro Bausani, 1955);

- «Guidaci sulla retta via, la via di coloro che hai colmato di grazia, non di coloro che sono incorsi nella tua ira, né degli sviati.» (Corano, Sura 1, vv. 6-7, traduzione di Roberto Hamza Piccardo, 1994).

Nel Corano, Cristiani ed Ebrei vengono spesso riferiti come "i popoli del Libro", ovvero popoli che hanno ricevuto e credono nelle precedenti rivelazioni di Dio, date dai profeti che hanno preceduto Maometto e in cui anche i musulmani credono.

Controversa è l’interpretazione di chi sarebbero gli "incorsi nell’ira di Dio" e gli "sviati", nel versetto 7 della prima sura, (al-Fātiḥa, "l'Aprente"). Piccardo, nel suo commento, sostiene come "tutta l’esegesi classica, ricollegandosi fedelmente alla tradizione afferma che con questa espressione Allah indica gli Ebrei (yahūd) ". Quindi gli ebrei sarebbero "coloro che sono incorsi nella Tua ira", non avendo riconosciuto come profeta ʿĪsā (Gesù); i cristiani sarebbero invece "gli sviati", in quanto trasgrediscono il Primo Pilastro dell'Islam (vedi Cinque pilastri dell'Islam), quello dell'unicità di Allāh, poiché adorano la Trinità.

Studiosi occidentali invece si oppongono a un'interpretazione così "personalizzante" del versetto, giacché riferendosi esplicitamente a ebrei e cristiani sminuirebbe il valore universale del Libro. Si preferisce quindi riferirsi a due possibili errori nel seguire la Via, concettualmente opposti: uno, quello riconducibile alla maggior parte degli ebrei, sarebbe quello di perdersi in un astratto ed eccessivo formalismo nell'ubbidire al Messaggio Divino, l'altro, quello riconducibile alla maggior parte dei cristiani, sarebbe quello al contrario di seguire troppo lo spirito della Legge e non il suo dettato formale (antinomismo) e di fatto perdere la Via.

In particolare Bausani, nel suo commento, sostiene che "tali interpretazioni, oltre a diminuire il valore universalistico della bella preghiera […] sono anche difficilmente accettabili sintatticamente, data la forma negativa nella quale le espressioni suddette appaiono nel testo".

Da altre parti del Corano risulterebbe inoltre che ebrei e cristiani avrebbero corrotto (cioè modificato volontariamente) le Rivelazioni precedenti, nascondendo alcune parti, modificandone altre (ad esempio, secondo il Corano, la frase evangelica "Verrà il Consolatore" nel Vangelo di Giovanni profetizzerebbe la venuta di Maometto). Numerosi sono inoltre esplicite esortazioni ad uccidere o a convertire con la forza i miscredenti (kāfirūn, talvolta tradotto anche come "idolatri"). Fra tali miscredenti però non sono da annoverare la "Gente del libro", ovvero cristiani, ebrei e sabei, che sono custodi di una tradizione divina precedente al Corano, ma comunque valida.

Ponendosi come Terza Rivelazione, ovvero come completamento del Messaggio trasmesso a ebrei e cristiani, il Corano contiene diversi riferimenti ai personaggi della Bibbia e a tradizioni ebraiche e cristiane. Sulla figura di Gesù in particolare il Corano ricorda dottrine gnostiche e docetiste, sostenendo che sulla croce sarebbe stato sostituito con un sosia.

 

Voci correlate

- Islam;

- Religione;

- Dio;

- Nomi di Dio nel Corano;

- Storia;

 

Tratto da Wikipedia ed elaborato

 

 


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